Guardate quel gruppo: l’uomo ha quarant’anni, e il naso più lungo della mia penna, con un paio d’occhiali inforcati sopra.; la donna è secca, sparuta, butterata, e tiene sulle ginocchia un marmottino di cinque anni, piccolo scheletro che piange con una voce più acuta dell’oboe: il papà tiene in testa un berrettino da notte che gli covre la metà della faccia; egli si è alzato in quel momento perché il piccolo Amore sta piangendo; ed è entrato nel punto in cui la cara metà, per calmare i furori del figlio, lo fa ballare sulle ginocchia dicendogli: povero Amore, hai ragione, non piangere, ecco papà, ecco papà – Papà si alza un poco il berretto, guarda intorno furioso per vedere chi ha fatto piangere l’Amore, si accosta poi al caro puttino, il toglie fra le braccia, a dispetto de’calci che questi gli regala, e lo bacia negli occhi, nella bocca, su e giù per le guancie – Amor mio, dì a papà chi ti ha fatto piangere – L’Amore strappa il berretto dal capo paterno, gli tira i capelli, e mostrando un busto di Napoleone che posa sovra una colonna di marmo, esclama:
«È stato quel brigante, che mi ha fatto male al capo».
Papà corre a Napoleone, lo batte alla guancia, e gli dice:
«Pezzo di boia, un’altra volta che farai piangere Amore ti spacco il cranio».
Amore è uno di que’ragazzi impertinenti, insipidi, noiosi, insopportabili, malaticci, vero castigo del cielo, vera peste delle case, una di quelle creature che nascono per il tormento dei vicini e degli amici – Quando Amore è sazio di cibi fino al gorgozzule, e quando gli passa il furor masticatorio, subentra in lui la smania militare; tutte le sedie della casa sono i soldati in fila, tutt’i cassettoni sono le castella da espugnare; egli s’inoltra con un bastone in mano sei volte più lungo di lui, con il cappello di carta in testa, e con un manico di granata sotto le cosce rappresentante il cavallo; dopo aver fatto un giro di galoppo per tutte le camere, urtando e rompendo tutt’i mobili, si scaglia contro la prima fila delle sedie, e fa man bassa sulle spalliere, poi caccia nella paglia il formidabile brando di legno, e sfonda, rovescia, distrugge tutto quello che gli vien sotto la trafila. Qualche volta il bastone troppo pesante gli piomba sul capo, e allora… povero nemico! Per lo più così finisce una battaglia.
Finito il combattimento, Amore diventa comico – Pone a contatto due tavolini, e salta sul proscenio, corre in fretta dalla mammà, e l’obbliga a venir a sentir la tragedia; la mammà e il papà si seggono in corridoio, ascoltano lo schiamazzo d’Amore, battono le mani alle strepitose pappolate che ha detto, e ritirandosi tutti tronfi d’amor paterno, dicono l’uno all’altra sotto voce per non essere intesi: Che prodigio quell’Amore! che dono del cielo! Allora il papà abbraccia la mammà, e le dice: Mi hai fatto veramente un gran regalo.
Quando il piccolo attore è stato applaudito, gli torna la fame, e vola in cucina a devastare il pranzo; non potendo giungere con le mani a sollevare il coverchio della pentola, l’afferra per il manico, e fa rovesciarsi addosso tutto il brodo – Orribili grida di dolore si sentono allora nella cucina; più orribili grida si ascoltano nella camera di mammà, e un eco prolungato si ode in quella di papà. I teneri genitori corrono al piccolo prodigio, che ha tutto il naso scottato, prendono l’acqua, l’aceto, la farina, il sale, il pepe; baciano la punta del naso ad Amore, e mischiano le loro lagrime a quelle del prodigio, si strappano i capelli, e i due genitori si contrastano il vanto di soccorrere alla disgrazia del figlio: vi è allora da perdere il capo, da uscir pazzo, tanto è il dolore, l’affanno, l’inquietezza da parte de’coniugi.
Il cielo scansi che Amore si ammali – Fino a che il piccolo non si alza, il papà e la mammà stanno sempre vicino al suo letto: ad ogni istante vanno a dimandargli come si sente, e il fanciullo risponde: voglio mangiare; quando egli dorme, non è permesso ad alcuno di entrare in camera, si fa porre la paglia per la strada affinchè le carrozze non faccian rumore.
È risoluto che Amore non dovrà veder libri, scuola e maestri fino all’età di12 anni, per paura che queste seccaggini non lo disturbino, e gli guastino lo stomaco, come se fossero tanti granelli di rabarbaro. Si è fermo altresì da’due genitori che il fanciullo si farà ammogliare a 13 anni affinchè si abbia subito un altro Amorino.
In tutte le riunioni, in tutte le brigate, a tutte le passeggiate, in cui vanno i due sposi, si capisce che deve intervenire l’amabilissima gioia, il caro Amore. Nelle feste di ballo il prodigio si caccia nelle gambe de’ballanti, sotto le vesti delle vecchie, e nella stanza del buffet – Alle passeggiate Amore corre addietro a tutt’i cani, poi quando questi abbaiano, ha paura, e si ficca dietro alla mamma – Al teatro Amore caccia la lingua a’padri nobili, ride a sganascio a’colpi di pugnale, vuol sapere perché tutti quegli Angioletti (le corifee) ballano con le braccia e con le gambe in aria.
È una cosa veramente mirabile sentire come un ragazzo di cinque anni parli e chiami ogni cosa col suo proprio nome. Egli sa bene a memoria tutti gli organi dell’uomo, e non manca mai di chiamar col suo nome il naso, la bocca, le mani, i piedi, il ventre, etc. etc.
Fortunati genitori, coppia avventurata che il cielo favorì, cui la natura regalò una perla, un tesoro, un prodigio, custoditevelo, conservatelo sempre nel mele e nello zucchero, per la gioia vostra e del paese, per la pace e per la gioia della vostra vecchiezza – Così sia.
FRANCESCO MASTRIANI