UN MATRIMONIO

   Una violenta scossa di campanello rompe l’alto sonno nella testa di Gustavo; questi si sveglia a soprassalto, fregasi gli occhi col dorso della mano, e non si muove da sotto la minuta coltre carica d’uno sterminato soprabito: erano le sette del mattino d’una orribile giornata di dicembre; la pioggia cadeva a dirotta, e il vento fracassava le alte invetriate. Il campanello rinnova le stridenti preghiere.

  «Cattiva giornata» mormora il sonnacchioso Gustavo, ficcando i piedi nelle pianelle, e gittandosi addosso il soprabitone che stava sul letto. Tra il chiaro e scuro del dì nascente e piovoso, tra le lipposità che annebbiano la vista di Gustavo, costui scorge una specie di vampiro in paletot, il quale senza dare al giovine il tempo di ben ravvisarlo sdrucciola sottilmente nella camera e si siede.  Gustavo si ficca di nuovo nel letto: quell’uomo era uno di quegli esseri che ispirano ribrezzo pari a quello che si sente alla vista d’un morto redivivo, uno di que’serpenti sociali ruvidi al tatto come la carta bollata, di cui vanno zeppi, un uomo inesorabile come la forca, un creditore insomma.

   Gustavo era avvezzo a simili visite, epperò poco pensiero si dava dell’amico, il quale col cappello in testa e col paracqua in mano siavasi seduto, guardando impazientemente la stoica indifferenza del debitore.

   «E così?» dice alla fine in chiave di basso e con le note puntate l’amico.

   «Che ci è» risponde il paziente in tuoni minori e in chiave di soprano.

   «E non sapete che ci è?» soggiunge l’amico scuotendo il capo in tono minaccioso.

   Gustavo sbadiglia, si gratta il capo, mette il naso sotto la coltre e sta zitto come un cadavere.

   «Signor Gustavo, mi prometteste che sareste passato per la mia bottega nel corso della settimana, ed ora siamo al giovedì dell’altra,  non ho avuto il bene di vedervi».

   «Hai ragione, ma che vuoi da me! Se sapessi…».

   «Sì, so che state per ammogliarvi, che frusciate il danaro per la vostra signora, e intanto…».

   «Quant’altro ti debbo?».

   «Volete dire quanto ti debbo, perché non mi avete dato niente ancora».

   «Sì è vero, non ricordava».

   «Mi dovete 20 ducati per la chasse e 6 per il pantalone».

   «Ho capito; 20 e 6 fanno 26; va bene, domenica sono da te, non ci pensare».

   «Signor Gustavo, badate che mi state canzonando da due mesi».

   «Non ci pensare, ti dico, perché domenica verrò da te ».

   «Vi raccomando di venire, perché altrimenti darò que’passi che mi convengono».

   «Come sei petulante, ti ho detto domenica e non manco mai di parola».

   «Non mancate mai di parola, lo so, ma mancate sempre al fatto».

   «Ah ah ah… che bello spirito che sei! Peccato che non sei giornalista!».

   «Dunque vi aspetto domenica?».

   «Sì, senza meno».

   «A che ora?».

   «Alle 10 del mattino».

   «Va bene».

   «A rivederci, caro… tirati la porta».

   «L’amico va via e Gustavo ad un tranquill’obblio gli occhi compone.

   Un lucido tilbury segnando una graziosa curva si ferma dinanzi alla porta d’un bel palagio in via…; e smonta un giovinotto vestito con la massima eleganza: i grossi bottoni cesellati d’una chasse color d’oliva traspaiono sotto un leggiero e pieghevole twine con grandi fiocchi; il cappelluccio inglese posa mollemente sul capo alto e ricciuto del cavaliere, il quale è bello assai, e porta intorno al volto una fascia di peli neri e folti come velluto.

   Il portinaio tedesco, come quegli è passato davanti a lui si è alzato, e gli ha detto:

   «Pen fenute, mein herr Gustafe (Ben venuto, signor Gustavo».

   …Oh cielo!… Gustavo!!… Il povero inquilino d’una gretta stanzaccia e perseguitato da’creditori! Sissignori, Gustavo, egli stesso; non vi maravigliate tanto, simil trasformazioni a vista si operano ogni dì nelle vaste e incivilite metropoli.

   Gustavo è entrato in un salon messo a mosaico, e si è sdraiato sovra un paté (canapè quadrato e senza spalliera): con una mano egli si accomoda i capelli di dietro, e con l’altra fa suonare i ciondoli del suo cilindro d’oro; la spensieratezza, la giovialità, la contentezza proprie degli uomini ricchi, seggono sulla brillante fisonomia di quel giovine, il quale poche ore fa abbiamo visto ciarlare con un amico creditore di 26 ducati.

   Una bussola verde viene impetuosamente spinta, e davanti a Gustavo si presenta una dea, una Grazia, una mostra di donna da far venire una sincope d’amore.

   «Amabilissima gioia – le dice Gustavo andandole incontro e baciandola la mano – questa mattina voi mi abbagliate».

   «Così tardi eh?».

   «Sono appena le undici».

   «In un giorno come questo vi fate aspettare!»

   «Mille perdoni, mia cara, ho dovuto trattare col mio agente certi negozi… Indovina… ma non voglio seccarti parlandoti d’affari».

   «Di’pure amico mio».

   «Indovina… il gioco di rendita jeri mi fe’perdere a vista quattromila ducati; per altro la è una bagattella, una spilla perduta, ecco tutto».

   «Ah ah ah… lo scioperato! Ora però devi pensare un poco all’economia».

   «Ti pare! ci penserò quando avremo venti figli».

   Mentre questi due beatissimi innamorati stanno così trattenendosi sulle rose delle migliaia, due uomini infangati fino al cappello entrano nel salon; l’uno di loro ha in mano una carta lunga e sottile, un calamaretto, e una penna, e scrive sotto la dettatura dell’altro, il quale girando gli occhi d’intorno sembra che noveri le suppellettili, e le faccia registrare dal compagno.

   «Che cosa fanno questi due borghesi?» dimanda Gustavo alla fidanzata in lingua francese.

   «Dispongono le cose per la festa di domani» gli risponde la nobil donzella nello stesso idioma.

   Gustavo era un giovine dell’infinita famiglia degl’intriganti; nato da onesti ma poveri genitori, con l’acume del suo ingegno, con le veneri della sua favella, ed in ispezialità con la piacevolezza de’suoi modi, avea saputo porre un piede sul capo della pazza fortuna, e crearsi un’esistenza se non comoda, almeno visibilmente superiore a’suoi mediocri natali. Perpetuamente in compagnia di scelti e nobili amici, egli ne avea contratto il disinfare, il linguaggio, la scioltezza, e lo spendere cavallerescamente il danaro; e quando in ogni fin di mese il bilancio pesa più sul passivo, i conti vanno male, e il banchiere è prossimo al fallimento. Gustavo si trovò ben presto ridotto alla carta grezza col bollo…Minacciato continuamente da spietati creditori, il suo cervello andava a sparviero per invenire un mezzo di cavarsi di briga; la faccenda non era però facile; ma gli venne fatto di cacciarsi nella casa di un ricco signore, padre d’unica figlia per nome Alfonsina. Gustavo trovò la vena dell’oro; una vistosa dote aggiustava i suoi conti e il suo attivo.

   Le sue maniere ingannatrici e il suo aspetto avvenente sedussero il cuore di Alfonsina; un matrimonio fu subitamente proposto e accettato da’genitori di lei, i quali credevano, al fasto che menava il giovine, che quegli un alto personaggio si dovess’essere.

   È il giorno fissato per stipulare i capitoli matrimoniali. Gustavo ha desiderato questo giorno come  l’infermo desidera la salute, come il cieco la vista; un avvenire seminato di rose gli si apre dinanzi; una dote brillante sta per empire le fauci de’creditori. Prima di andar dal notaio, il padre di Alfonsina e Gustavo si sono ritrovati e abbracciati.

   «Mio caro Gustavo, voi siete la perla dei giovani; e mia figlia andrà superba di appartenervi; vo ho preparato una sorpresa».

   «Come a dire?» risponde il giovane, facendo l’indiano, come se non capisse che la sorpresa vuol dire che il novello papà gli ha forse serbato un boccon di dote deliziosa.

   «Nulla, più tardi lo saprete dal notaio».

   «Vi ripeto, papà, quello che vi ho detto molte volte cioè che io non voglio dote» soggiunge il furbo per venderla da principe e da generoso.

   «Va bene, va bene, va bene, non è questo affare che vi riguarda; andate a sottoscrivere, e poi mi darete notizia de’capitoli».

   Gustavo abbrevia la visita, abbraccia la sposa, e corre in fretta dal notaio per leggere i capitoli matrimoniali.

   Qual’ è la sua sorpresa quando legge in un articolo le seguenti parole:

   « Lo sposo Gustavo B… avendo più volte ricusata ogni offerta di dote fattagli dal padre della sposa, costui, per non violentare le generose e nobili intenzioni del fidanzato, gli consegna la figliuola senz’altro corredo che quello di cui si comporrà l’acconciatura di lei nella sera delle nozze; sperando con ciò di far cosa gratitissima allo sposo immensamente ricco, come si può osservare da’donativi che egli farà ne’seguenti capitoli.»

   Gustavo rimane di pietra.

   Alfonsina era la figlia d’un negoziante fallito e carico di debiti; lo sposo e la sposa aveano avuto un sequestro pochi giorni prima del matrimonio, e sperava ciascuno di loro accomodar le faccende con gli sponsali.

   Questo sbaglio accade tutti i giorni.             

                                                                FRANCESCO  MASTRIANI