Il Barone di Weisslach viveva non è guari in Alemagna: uomo di antica pasta e di un temperamento inalterabile, non si era mai lasciato trasportare a vizî di sorta veruna; dotato di una ferrea salute, il qual bene la razza umana va perdendo ogni giorno, celibe, ricco, e filosofo, egli era uno di quegli uomini oggi tanto rari, che sanno goder la vita senza sciuparla, e sanno giungere alla vecchiezza con la medesima alacrità di spirito, con la stessa freschezza di mente e con la stessa espansione di cuore di quando aveano venti anni. Il Barone abitava in una specie di castello nel ducato di W…; aveva un parco magnifico all’inglese, dove solea recarsi a diporto ne’mesi di està, aveva una pariglia di cavalli dorati, quattro cavalli corvi ed altrettanti balzani, tre carrozze, un landau, e un coupé; ma la cosa di cui il Barone si era renduto celebre nel paese e in quasi tutta la Germania, era la squisitezza ed il gusto della sua tavola. Amicissimo de’più fini e rinomati mangiatori, egli li consultava, li visitava sovra certe dilicate vivande, le quali spesso sapea riformare e perfezionare. Il Barone vantavasi di avere un tatto sopraffino, un palato eminentemente sensibile: ed infatti non gli si potea vendere il gatto nel sacco, dandogli ad intendere una cosa per un’altra: egli teneva una periodica corrispondenza col famoso M. de Cussy, sovrannominato in Francia il re della tavola; ed a Parigi era stato molte volte a mensa col Dottor Broussais di grata memoria, che in ogni giorno costantemente mangiava sei sorta de’più costosi pesci, e si facea la sera applicar sei mignatte per seguir le norme del suo sistema deprimente.
Il Barone avea preso a capo delle sue cucine un allievo del famigerato Cardme, cuoco primario del Principe Reggente d’Inghilterra Giorgio IV, del Principe di Wurtemberg, etc. etc.
Questo cuoco francese si chiamava Valois: lo stipendio annuale di questo grande artista culinario era di centomila franchi, oltre di un magnifico appartamento nell’Hotel del barone, e di una schiera di Artisti subalterni, che egli avea divisi in tante classi, dando diversi nomi agl’individui di ciascuna classe, secondo le loro peculiari incombenze, chiamando gli uni sauciers, facitori di salse, altri rôtisseurs, addetti agli arrosti, ed altri pâtssiers, incaricati de’pasticci: il titolo basso e comune di marmiton, guattero, era riserbato agl’infimi delle officine. Valois avea studiato l’arte sua con un amore sviscerato; si sarebbe ucciso, come Vatel, per una vivanda andata a male; Valois avea lunga barba, folti baffi, occhi luccicanti, testa pazza, egli era insomma un ispirato, un genio, ed ogni pasticcio che usciva dalle sue mani era un capolavoro. Quanto amore però gli avesse posto addosso il Barone, non fa d’uopo dire, se si pon mente alla costui gastronomania, ed al fanatismo che avea di essere decantato per questo ramo del saper vivere.
Il Barone amava la vita, e come non amarla tra i bicchieri colmi di vivace liquore, ed i tondini fumanti di saporosi mangiari! Se un pensiero, una pena trovava adito nel cuore del Barone, attraverso le gioie della vita, la era il rammarico di doverla lasciare; egli non temea già di morire, ma soltanto si accuorava di dividersi dal suo caro Valois: Valois era l’astro della sua vita, il lauro della sua corona.
Il Barone era giunto all’età di 55 anni senza mai patire un mal di testa, senza che mai si fossero alterati i suoi succhi gastrici, e la sua beata digestione: di volto purpureo, di faccia quadrata, di spirito allegro, era egli il tipo della buona salute, l’antiromanticismo in carne e in ossa. Ma da qualche tempo gli pizzicava in cuore una paura, che il dabben uomo non sapea spiegarsi: il sistema e le abitudini di Broussais gli avean ficato un pensiero nel capo: il Barone temea che la troppa salute gli dovess’ essere un dì funesta; ed avea ragione. Egli sapea che Broussais non si nudriva mai di carne, la quale aumenta la massa del sangue e degli umori, dispone alle infiammazioni, alla gotta, ed alla orribile apoplessia: quest’incubi patologici toglievano il sonno al povero Barone, comeché egli stesse di ottima salute… Ogni mattina, quando Valois gli mandava lo squisito beefsteak, o il generoso roastbeef, il Barone accostava tremando la carne alle labbra; un veleno gli facea meno orrore. Ma come separarsi dalle amabili còtelettes montèes? Come rinunziare al britanno roastbeef? Come abbandonare i capolavori di Valois? Bisognava però risolversi o tremar per la vita. Un giorno adunque il Barone chiamò Valois a particolare conferenza.
Il Barone stava sdraiato sovra un sofà, con le due braccia penzoloni sul ventre (questo era il segno della sua massima preoccupazione di mente): Valois si presenta co’guanti bianchi, e con abito elegante.
«Signor Valois, l’affare per lo quale v’ho fatto incomodare è molto grave: nelle vostre mani son riposte la mia vita e la mia felicità».
Valois si sedé: la sua faccia restò impassibile; i cuochi non cangian mai colore.
«Parlate, signor Barone, se la felicità di V. E. è riposta nelle mie mani, sia pur sicura che io saprò ben pasteggiarla e dilicatamente». (Valois parlava sempre co’termini dell’arte).
«Signor Valois, io sono minacciato di flogosi».
«Chi l’ha detto?».
«I medici».
«Io credo, signor Barone, che l’ultimo de’miei guatteri governi meglio la vita che il primo dottore del mondo»
«Sia pure, mio caro Valois, ma io tremo di fare l’ultima figura; i medici mi hanno consigliato, anzi comandato di astenermi per sempre dal mangiar carne».
«Signor Barone, sono a’suoi ordini, comandi, e la carne sarà bandita dalle nostre officine».
«Sì, ma io amo la carne, l’amo assai. Ascoltatemi bene, Valois; cinquantamila franchi sono per voi, se giungete a prepararmi un brodo, che, senza esser succo di carne, me ne dia almeno il sapore».
«Il problema è difficile, signor Barone».
«L’arte vostra deve dare questo miracolo».
«V. E. ha detto 50,000 franchi».
«Sì, questa somma».
«Ebbene, domenica senza meno avrà il suo brodo».
Valois fece un profondo inchino al Barone, e andò via.
Il Barone si sentì come rinato.
La domenica infatti S. E. il Barone di Weisslach aveva invitato i primarî del paese, i mangiatori più di fama, e parecchi medici o chimici tedeschi per dare il loro parere su questo brodo che dovea portare una rivoluzione ne’fasti della tavola.
La mensa era bandita, oltre l’usato, con lusso e ricercatezza; quaranta convitati di buono appetito rallegravano l’imbandigione.
Il pranzo fu magnifico e baronale; i pesci più prelibati, le salse più costose, le frutta più rare, i vini più antichi accrescevano con la loro presenza la gioia de’convitati.
Un grido finalmente scappò dalle 40 fameliche bocche: il brodo!
Ed ecco Valois, bello come un ispirato delle arti, si presenta, e dietro a lui un garzoncello che portava la sospirata bevanda.
Il Barone fu il primo a saggiarla, poi tutti; indicibili furono la sorpresa e il piacere di que’gastronomi, un plauso fragoroso e prolungato echeggiò nella sala in onore del sommo artista Valois, e nello stesso tempo il Barone gli consegnò alla presenza di tutti un biglietto bancale di cinquantamila franchi.
Quel brodo era stato tratto da un buon tocco di lesso.
FRANCESCO MASTRIANI