È sera.
In una stanza di modesta apparenza, rischiarata da due candele di sego poste sovra due candelabri di ottone inargentato, stavan sedute tre donne, intorno a un tavolo rotondo coverto da un panno verde. La prima, di circa 60 anni, di faccia ingrognata e superba, la madre delle altre due, era occupata a far niente, e si divertiva a parlar male del prossimo. La più giovane delle figliuole nomata Adele leggeva un romanzetto, e l’altra primogenita per nome Beatrice rammendava un pannolino. Una visibile differenza notavasi tra queste due fanciulle; imperocchè Adele bella oltremodo avea non pertanto qualche cosa di sconcio nella maniera troppo ardita di alzar gli occhi, e di fissarli in faccia agli uomini, nel troppo studio della sua acconciatura, e nella garrulità naturale, con che assordava gli astanti. All’opposto la sorella Beatrice, benché assai brutta, era dolce, affabile, modesta, e di un candore infantile.
La conversazione languiva da qualche ora tra le tre donne; la madre cominciava a socchiudere le palpebre, Adele si era impegnata nella lettura del romanzo, e Beatrice, la quale non prendeva mai parte a’parlari della suora e della madre, lavorava sempre in silenzio, e soltanto di volta in volta permettevasi di levar gli occhi sulla sorella quasi rimproverandola tacitamente di perdere il tempo sovra una bazzecola immaginata.
«Adele, ieri sera Felice andò via in collera contro di te, perché tu non volesti giuocar la scopa con lui».
«Oh sì, davvero, bella occupazione! Star tre ore inchiodata sovra una sedia con le carte in mano, senz’altro divertimento che guardare gli occhi stralunati del provinciale».
«Ma bisognerà pure che ti avvezzi a star molto tempo con lui, perché alla fin dei conti dovrà esserti marito».
«Oh, quando egli sarà mio marito, dovrà fare a modo mio, e certamente io provvederò di non restare sempre sola con lui, perché la sarebbe una grandissima seccatura. E che cosa dovremmo dirci? Egli non sa parlar d’altro che de’becchi che ha al paese, e ti pare, mammà, che io possa divertirmi con questi discorsi?».
«Ma Felice non è poi un giovine sciocco; egli conosce bene il latino».
«E che m’importa del suo latino? Che ho da farmene de’suoi cujussi? Come sono amabili questi signori che sanno il latino: io credo che questa lingua serva soltanto a far gli uomini pesanti e pettoruti. Io amo piuttosto il francese, perché la lingua francese è galante, e sa adattarsi alle donne».
«Basta… spero che codeste tue avversioni pel latino non gliele darai a divedere; sai che mi dispiacerebbe moltissimo perdere questo boccon di partito: Felice è un uomo di centomila ducati».
«Il denaro va sempre appresso a’gonzi. Non dubitare, mammà, io dico questo per barattar due ciarle, ma sai pure che in sua presenza io divento una pasta di mandorle dolci; io fo quello che gli piace; e poi, ancorché qualche volta andassimo in collera, ei basta che io lo guardi così con la coda dell’occhio e gli faccia un sorriso per fargli perdere il senno. Questi uomini sono pure allocchi a credere che noi altre moriamo per loro; nol dico già per far torto al nostro sesso, ma ci vuol altro che un pantalone animato per farci morire di passione, non è vero, Beatrice?».
La sorella non fece verun segno affermativo, non rispose affatto; maniera evasiva che non compromette mai, a dispetto del bestiale adagio che chi tace afferma.
Un giovine entra nella camera, in cui stanno queste dame; il suo viso è serio, grave, impensierato; il suo vestito semplice e ricco.
«Buona sera, signor Felice, l’avete fatta un po’ tardi; Adele s’impazientiva, ed io vi stava scusando alla meglio».
«Grazie, mammà, avete fatto bene a scusarmi perché ho dovuto rispondere a molte lettere venutemi dal paese».
Felice si siede in un angolo della stanza, Adele indispettita che l’amico non le ha diretta nessuna cortesia, gli volge le spalle e continua la sua lettura. Trascorre un quarto d’ora senza che alcuno rompa il silenzio: la madre si avvede che vi è della ruggine fra i sue fidanzati, e si affretta a dissiparla.
«Ebbene, Adele, che cosa è questa? Non avete nulla a dirvi stasera?»
«Mammà, io credo che Felice abbia male agli occhi sta sera perché si è posto all’ombra: non lo disturbiamo»
«Anzi ci veggo ben chiaro» risponde il fidanzato.
«Andiamo su via, ragazzi che siete; andare in collera per tali pappolate. Felice, accostatevi a noi».
Felice si alza, e si siede vicino alla madre delle due signorine.
«Io non sono affatto in collera, signora».
«Ebbene, dite qualche cosa di amabile alla vostra futura; non vedete che ha gli occhi rossi pel dispetto».
«Credo piuttosto per la lettura» soggiunge Felice spensieratamente scherzando co’guanti. Egli si accosta poscia a Beatrice, e si pone a guardare il costei lavoro. Adele sbuffa di rabbia, ma il suo labbro è atteggiato al sorriso, e nulla dimostra al di fuora del livore che sente, vedendolo seduto lontano da lei e niente affatto premuroso di lei. In vero non mai Felice le si era mostrato così indifferente ed altiero, non mai l’aveva ella veduto vestito con tanto gusto e ricercatezza, e non mai le era sembrato così bello. Bisogna pur dire che Felice era un bel giovine, ed oltre a ciò avea la bella commendatizia di essere molto ricco. La donna è un essere assai bizzarro e stravagante. Per innamorarla, per farla impazzare d’amore, fa mestieri disprezzarla e tenerla in verun conto; nulla vi è che tanto faccia scapitare un amante nel cuore della sua bella che il mostrarlesi molto innamorato.
«Su via, andiamo, Adele, passiamo in galleria, e fa sentire a Felice il nuovo valzer che hai composto − dice la madre ansiosa di veder rotto il ghiaccio tra i due innamorati – Vieni anche tu Beatrice».
La madre e Beatrice sono entrate in galleria. Adele è restata al suo posto, sperando che Felice le dica qualche cosa; ma costui le passa daccanto senza neanche guardarla, ed entra nella galleria dov’è un magnifico pianoforte tedesco.
Adele non tarda a raggiungerli. Ella si siede in disparte, e sembra poco disposta a far gli onori musicali allo sposo; ma il desiderio di brillare agli occhi di costui vince il dispetto ond’è presa per la freddezza inconcepibile di Felice, va quindi al pianoforte ed esegue vari pezzi di agilità, e vari valzer da lei stessa composti. Felice pare distratto e preoccupato: poco appassionato dell’armonia, egli non vede nell’ingegno della sua futura che una vernice di conoscenze ed un lustro apparente. Quando Adele ha finito, Felice le si accosta.
«Bravo, signorina, questa sera avete suonato a rapire in estasi un morto; si direbbe che vi agita una violenta passione».
«Oh oh oh… non vedete che è la vostra cara presenza che dà l’anima alle mie dita».
«Grazie di cuore, e la signorina Beatrice non si diletta…».
«No, mia sorella non capisce niente de’bemolli, la è una vera zucca».
Beatrice solleva il capo rosso dalla collera; guarda la madre, quasi implorando la costei difesa, e poscia il suo capo ricade tristo e abbattuto sul seno. Felice guarda la suora di Adele; la profonda rassegnazione di costei alle impertinenze della sorella minore, la dolcezza invincibile del suo carattere toccano vivamente l’anima del provinciale. Questi si avvicina a Beatrice, si siede daccanto a lei, e sottovoce le dice:
«Beatrice, voi siete un angelo».
L’indomani Felice si presenta di buon’ora nel salotto di queste dame. Adele è bella oltremodo per il più seducente dishabillè; la mammà saluta col capo il fidanzato.
«Signora – dice il giovine alla madre – dovrei dirvi due parole in segreto».
Adele canticchiando un’arietta e fingendo di non aver inteso, ha spiccato un salto fuori del salotto.
La madre e Felice sono restati soli.
«Che avete a dirmi, caro il mio genero?».
«Niente altro che pregarvi di fare un piccolo cangiamento alla proposta di matrimonio che vi feci un mese fa».
La mammà impallidisce.
«Come sarebbe a dire?».
«Invece di Adele, io sposo Beatrice».
«Santi Numi!!… Beatrice!!».
Le nozze furono fatte un mese dopo; e Adele si consolava dicendo a tutti quelli che le dimandavano la ragione di un tale cangiamento:
«Poveretto! non lo mortificate, puzzava di provincia un miglio in distanza; io non l’ho voluto».
FRANCESCO MASTRIANI