LE VISITE

There are little vices and small

 crimes which the law has no 

regard to or remedy for

                                       FRANKLIN

   Io credo che niuna usanza regni presso di noi più seccante, più inconcludente e più immorale che il far visite di cerimonie. La noia questa piaga delle ricchezze, questo demone de’serici appartamenti, questa orrenda epidemia che fa più danni del cholera e della febbre gialla, la noia è stata e sarà la cagion primitiva dell’uso indecente e ridicolo delle visite; epperò più fortemente ligi a tale uso sono tutti quelli che hanno avuto dalla Fortuna ricevuto il privilegio di non far niente. Per questa gente il primo pensiero del mattino e l’ultimo della sera è di escogitare su che debbono nel corso della giornata gettare una parte della noia che pesa loro orribilmente sugli omeri; e quando hanno trovato la vittima si rallegrano e si danno molte ore di occupazione per iscegliere il genere d’acconciatura che loro meglio conviene per fare visita al tale o alla tale.

   Questi visitatori di professione hanno sempre in mano un calendario per essere al corrente di tutti i giorni onomastici de’loro amici; sanno bene a memoria gli anniversari delle nascite, e de’matrimoni; si fanno un dovere di venir a farvi visita a Pasqua, il Natale, l’Epifania, il giorno de’morti, S. Martino, ed in altre feste. Se per caso vostra moglie vi regala un altro bambino questi signori sanno bene l’obbligo loro, e vengono a felicitarvi e a rallegrarsi con voi de’novelli onori della paternità.

   Se per disgrazia (il cielo ce ne liberi) cadete ammalato, i visitatori sono pronti a venire per prender conto della vostra salute. Voi avete un dolor di capo fierissimo, e vi toccherà divertirvi un paio d’ore almeno con questi buoni amici, che per lo più parlano sempre e vi obbligano per forza a rispondere, e sapete di che parlano? De’loro figliuoletti, delle loro fantesche, de’loro gatti, del panereccio di Cocò, dell’ingegno-mostro di Totò, dell’astuzia fiera de’loro pappagalli, della morte di un coniglio, e di tanti altri svariati e divertevolissimi subbietti. E ciò non è niente; imperocchè siccome i visitatori sono sempre per lo più persone rispettabili con mogli e figli, verranno sempre in casa vostra con la coda. Voi state nel vostro letto spasimando, trafitto dalle sanguisughe, avvelenato da’farmaci, e svenato da’flebotomisti, ed eccovi una mammà, la quale ordinariamente si fa sentire da mezzo alle scale, entra nella vostra stanza portando per la mano una marmottina, la quale ne porta un’altra e quest’ultima si tira dietro un’altra; poi entra il papà con un puttino nelle braccia, ed un altro che si è avviticchiato alle falde della sua giamberga: tutti questi gioielli maschi e femmine stanno facendo uno strepito infernale, e piangendo tutti in coro: la mammà dà un pizzicotto all’una, uno scappellotto ad un’altra, tira le orecchie al più piccolo e dà un precetto di galateo al più grande. Quando sono terminati questi piacevoli preludî della entrata, succede la ordinaria e non men gratissima sinfonia della visita, l’orrendo interrogatorio obbligato.

   «Caro Compare, come state?».

   «Sto ammalato».

   «Come vi sentite?».

   «Sto ammalato».

   «Da quanto tempo?».

   «Dall’altra sera».

   «Che dice il Dottore?».

   «Dice che è febbre reumatica – biliosa – gastrica – nervosa – viscerale – scorbutica con altre complicazioni morbose di minor conto».

   «Che prendete?».

   «Le polveri di James, e il sottocarbonato di potassa».

   «Che vi duole?».

   «Tutta la regione epigastrica».

   «Hai inteso, marito mio, al compare fa male la ragione picastra. Speriamo che sia una cosa da niente».

   «Così speriamo».

   E dopo due ore di cicaleggio da far venire le convulsioni ad un povero infermo, quando tutta la famiglia visitatrice si dispone ad andar via tra le grida e lo schiamazzo dei cari figliuoletti, ecco di nuovo un altro dialogo obbligato.

   «Statevi bene compare»

   «Tante grazie per la visita».

   «Non ci è di che, era dovere».

   «Mantenetevi forte».

   «Farò il possibile».

   «Cercate di sudare».

   «Vi servirò».

   «Volete niente da noi?».

   «La vostra buona grazia».

   «Quando verremo a mangiarci i maccheroni?».

   «Quando volete».

   «Domani verremo un’altra volta, ma non vi fate trovare a letto».

   «Così speriamo».

   È una cosa rarissima che così finisca quest’ultimo dialogo. Che regalo gratissimo è una visita di queste per un infermo! Se poi morite, intendo dire, se avete la disgrazia che qualcuno della vostra famiglia venga a morire, siate certo che dovete spassarvi a ricevere le solite visite di condoglianze, vera barbarie, che obbliga un povero galantuomo, orbato d’una persona cara, a reprimere finanche il debile sollievo delle perdite irreparabili, le lagrime.

   I visitatori di professione non hanno un momento di tempo: tutta la loro giornata trascorre in fare o ricevere visite. Guai a chiunque non rende loro la visita ne’giorni di obbligo; non ci è scusa che valga, l’amicizia è finita, la guerra è dichiarata. Per questa gente una visita che si manca di far loro in qualche solenne occorrenza, o in un semplice anniversario, è un delitto inappellabile, una fatale dimenticanza; imperocchè i visitatori, siccome sono rigorosissimi ed immancabili nella osservanza delle visite, sono così severi sulle trascuraggini e non le perdonano mai.

   Le donne più che gli uomini sono attaccate a queste despotiche ed infauste leggi delle visite; elleno vi sono spinte eziandio dalla vanità di mostrare alle loro amiche e conoscenti gli abiti nuovi, le belle stoffe, le tolette più in moda. Spesso ancora certe signore sogliono far visita a quelle delle loro amiche che sono meno felici in beni di fortuna, e ciò per dar loro tacitamente la mortificazione del paragone; nobile scopo invero per una visita!

   Le donne nelle dimostranze della loro amicizia sono più espansive e cerimoniose degli uomini; esse però non conoscono affatto amicizia, ed il cielo che ha loro accordato una suscettività squisitissima per l’amore, ha negato loro il più caro, il più puro, il più dolce sentimento umano, l’amicizia. Quando due donne che diconsi amiche stanno in presenza l’una dell’altra, fossero anche due sorelle germane, un solo è il pensiero che le domina e le preoccupa, quello di notare scambievolmente alla spicciolata tutti i difetti fisici e morali l’una dell’altra: le più discrete si contentano della semplice osservazione; le più generose si tacciono; ma comunemente quella disamina sarà sorgente inesausta di maligni commentarî e di lunghe critiche. Non però a vedere e a sentir quelle due donne ragionar tra loro amorevolmente de’loro più intimi segreti, a vederle baciarsi le mille volte così piene di confidenza e di abbandono, giurereste che elleno si amano con un amore ad ogni più forte prova: ecco le visite delle donne.

   Cento di questi giorni è la parola tremenda, il motto d’ordine che giustifica e permette un migliaio di seccantissime visite. Coloro che s’introducono in casa vostra con quelle terribili parole cercheranno più leggieri occasioni per venire a piantarvele sul muso. L’abitudine di appiccare il Cento di questi giorni in ogni circostanza è funesta per gli sbagli e le inconvenienze che può produrre; una volta un giovine disse Cento di questi giorni ad una ragazza che veniva dall’altare sotto al braccio dello sposo: un altro si fe’scappare il motto fatale in una casa dove si piangeva un morto. Un’altra volta si disse Cento di questi giorni ad un vecchio di 99 anni, il quale rispose: mille grazie, mi augurate un altro anno di vita.

   Le visite di cerimonia disgraziatamente giungono sempre inopportune. Per lo più si scelgono le ore più incomode, per esempio, l’una o le due pomeridiane, tempo di desinare, la sera, tempo di attendere agli affari di tavolino. Le visite alle volte vi cadono sul capo come tegole, all’impensata, e quando meno avreste temuto una simile sciagura. Ed in fatti debbo por termine a questo articolo per una visita che mi è sopraggiunta, fortunatamente per gli associati del SIBILO, a’quali questa tattamellata comincia ad esser noiosa, massime a quelli che sono visitatori di professione.

                                                   FRANCESCO  MASTRIANI