IL BELVEDERE DI NAPOLI

   Le ombre della sera cominciavano a cadere sulla terra, ed io solitario passeggiava nel più bel sito di Napoli, nei giardini di Belvedere. Una secreta malinconia, un certo che di vagamente tenero mi portava a cercar quei luoghi, che racchiudono in essi quanto di più bello ha la natura, di più soave il cielo, ed in cui il mio cuore aprirsi poteva alla felicità che desta l’incantesimo d’una bella serata. L’uomo sensitivo e capace d’amore non ritrova il supremo contento che nelle tristezze dell’anima. L’aria era dolce come il latte, ed io sentia respirandola un tal piacere che gli occhi n’erano di lagrime bagnate. Puro era il cielo, come l’ultima speme del giusto; ed il suo tiepido azzurro tempestato di luccicanti fiammelle spandeva una dolce calma sul cuore. Le piante taceansi immobili come per rispetto all’augusta maestà della sera, niun sospiro d’auretta, niun gemito di muschio faceasi sentire: solo di tempo in tempo il tacito gorgogliar d’un onda, o il sordo striscio nelle fronde di qualche notturno uccello colpivano il mio orecchio. Si sarebbe detto che la natura profondamente dormiva, se la tenera malinconia di quella sera, e gl’incerti sospiri non mi avessero fatto conoscere che essa era desta e che sentiva l’amore. Il profumo dei fiori al cielo saliva come i voti d’un cuore innocente, ed in quei taciti ed odoriferi boschetti un Genio pareva abitare, il genio dei sospiri, lo spirito della malinconia. L’armonico silenzio che usciva da quei lunghi viali, dolce scendeva al cuore.

   Io mi fermai sopra una terrazza, che dominava il mare e le sottoposte campagne; ed ivi contro un’antica statua appoggiato l’anima si beava di sentimenti impossibili a descriversi, poiché sterili sono le parole, o mal atta la penna dell’uomo. Solitaria come una tomba nel deserto, pallida d’una luce addormentata si levava la luna dal molle seno delle onde. I primi palpiti d’amore, i teneri tocchi d’un arpa melodiosa sono men dolci, meno incantati dei primi raggi della luma che cadono sulla silenziosa natura.

                   Je ne sais quel rapport existe entre… les rayons de la lune,

                   qui reposent sur la montagne et la calme de la conscience [1]

   La voluttà che accompagna sempre l’amore, e che agita impetuosamente il cuore, quella fiamma divorante che tutto invade le fibre del corpo umano turbano in certo modo e rendono penoso il sentimento dell’amore: ma quella pallida luce che riposa mestamente su gli erti monti, e sulle cime ondeggianti delle foreste, quel tenero mezzo-chiaro che penetra nelle sinuosità dei mari, e nei loro acquosi nascondigli; quella tinta biancastra che riveste una rozza tomba della sua religiosa tristezza incantano il pensiero dell’uomo senza il trasporto della passione, inebriano l’anima sua senza il fuoco della voluttà, e soavemente scendono sul suo cuore, come la melodia d’un organo sotto le volte d’un solitario tempio.

                                                                                                                FRANCESCO  MASTRIANI

 

 

 

 

[1] Madama di Stael