In un viottolo della lunghissima strada Sette Dolori, il cui capo è posto nel più alto quartiere di Napoli, e il cui piede poggia alle porte medesime della capitale, è un vano poco più largo d’un guscio di noce; quattro persone appena possono starvi in linea; esso era non però molti anni fa ricetto d’un povera famigliuola, composta di una vecchia madre di due mascalzoni, e della moglie del primogenito di costoro per nome Pasquale. Ma questa gente non era costretta a starsi lì dentro ficcata a mò di quattro sorci in un buco; dappoiché durante la luce del giorno Pasquale e la sua milensa metà stavano al cantone del chiassolino, dove tenevano mercato di frutte; il fratello minore nomato Gennaro se la dormiva in mezzo la strada al rezzo della sua sporta, e la vecchia soltanto vigilava alla custodia della bella roba assiepata in quel vano. Nella notte poi Pasquale e le due donne si accomodavano alla meglio in quel bugigattolo, e Gennaro stendeva le membra su qualche banca d’acquaiuolo, sotto la stellata coltre del cielo.
Cotesto Gennaro era un giovine d’un 24 anni; aveva capelli rossi, occhi cerulei, e viso alquanto stupido, benché di lineamenti dilicati e signorili. Egli non avea saputo, o non avea voluto, per naturale indolenza o ignoranza, abbracciare un mestiero qualunque, e se la vivea acchiappando l’aria, dormendo tre quarti della giornata, e zufolando l’altro quarto. Si sarebbe detto in veder quella sbadataggine perpetua ond’era preso, e quella specie di misantropica indifferenza per tutto, che Gennaro avesse avuto contatto con qualcuno degli infermi dell’attual società, uomini senza cuore e senza sensi, freddi per sistema, non curanti per cinismo, egoisti per sentimento; ma grazie al cielo Gennaro non sapeva una iota del mondo intellettuale, e viveva, come abbiam detto, qualche anno prima dell’era romantica. Il fatto è che Pasquale ed in particolar modo Giannetta sua moglie avean giurato la croce addosso al povero Gennaro, perché questi era uno scioperato che voleva insaccar pane nello stomaco, senza far niente di buono.
Eppure Gennaro non dimandava cosa alcuna da loro; egli stava lì come sarebbe stato un cane, e se qualche volta osava porre la mano su qualche cesta di fichi o di pesche, vi posso assicurare che ve lo induceva la vera fame. E quest’atto gli valea sempre qualche ceffata di Giannetta, o qualche sgarbo dal fratello. Povero giovine! Perché la natura gli avea negata la forza ne’polsi per fare il facchino, il falegname, o il letterato, chè oggi la fama de’letterati dipende dalla maggiore o dalla minore inistancabilità de’ loro polsi, o l’astuzia di mente per fare il mariuolo, l’usciere, il domestico, doveva esser trattato peggio d’un turco o di un cane! Oh gli uomini! Ed osiamo pronunziare ancora i nomi di fratelli e sorelle, marito e moglie!
La buona vecchia vedeva i cattivi trattamenti che si facevano al figliuolo, e cercava con modi acconci di richiamare alla benevolenza i coniugi verso Gennaro, ma tutto fiato perduto; anzi ogni giorno vieppiù duri addivenivano le privazioni e gli stenti che faceansi patire a quel tapino; di che quant’amarezza sentisse il cuore della madre è agevole comprendere, massimamente se si consideri che ella non potea co’suoi mezzi covrire le durezze e le barbarie di Pasquale e della moglie. Qualche volta di soppiatto ella porgeva al desolato figliuolo un tozzo di pane, due cipolle, poche lenticchie, e qualche altro cibo di simil maniera. Ma questa non era vita di creatura battezzata, e dagli dagli anche un morto si risente.
Una mattina Gennaro si era seduto in un angolo del desco; la vecchia era assente.
Pasquale e Giannetta mangiavano un grosso piatto di fagioli, e nulla dicevano al povero fratello morto di fame. Gennaro li guardava con l’occhio dell’avidità, ma non ardiva chieder loro un boccone di quella roba. Non contenti que’due di vederlo così languire, diconsi sottovoce l’uno all’altra: Ora che non ci è la mamma, cerchiamo di vendicarci delle cattive parole che ci disse jeri sera. Per stizzirlo Giannetta gli dice:
«Gennaro, come sanno i fagioli?».
Gennaro non risponde.
«Ohé, Pasquale, non sai che tuo fratello ha fatto un bel pasto?».
«Davvero! Che vada dunque altrove a cercar il vino, noi non lo vogliamo a tavola con noi».
Gennaro non risponde
«Bestione, tu capisci che non ti vogliamo!».
Giannetta che ha terminato di bere, vuota il bicchiere in faccia al cognato, dicendogli:
«Svegliati, animale».
Gennaro si alza; si passa la mano sulla fronte, e va via.
Al tornar della madre egli le va incontro, e le dice:
«Mamma, la tua benedizione».
«E perché, figliuol mio?».
«Voglio uscire da questo quartiere».
«Sei matto eh!».
«No, mamma, ti giuro per la giornata d’oggi, che questa volta voglio far davvero; voglio allontanarmi da questo briccone di quartiere».
«E perché mo’ questo? E come vivrai in altro luogo?».
«Nol so, ci penserà la sorte; farò qualche cosa, e se non trovo a mangiar pane, ho deciso di industriarmi anch’io…».
Qui la fronte di Gennaro si contrasse leggiermente, e ne’suoi sguardi stupidi balenò una intelligenza selvaggia e feroce; la madre capì il sentimento di quella frase, ed una lagrima secca le si affacciò sulle tarde pupille.
«Gennaro, figlio mio, non andartene; se hai ricevuto qualche ingiuria da Pasquale o da Giannetta, io parlerò loro, faremo di stare in buon’armonia».
«No, mamma, mi hanno messo propriamente con le spalle al muro; non ne posso più: no, pel sangue di… se non vuoi vedere tuo figlio dannato; o… impiccato, dammi la tua benedizione».
La povera vecchia si accorse che quanto avrebbe potuto dire sarebbe stato inutile; prese il partito di secondarlo, rassegnandosi a quella penosa partenza; il benedisse però, raccomandollo a tutt’i santi, lo baciò non so quante volte, e pianse come una bimba.
Gennaro se ne andò lacero, scamiciato e scalzo.
Della partenza di costui non può dirsi quanta baldoria menarono, che festa fecero que’due birbi malcreati di Pasquale e Giannetta.
Erano passati alquanti mesi dacché Gennaro erasi recato in altro quartiere ovvero in altro paese, e nulla più di lui a’Sette Dolori buccinavasi, poiché era stato totalmente posto in oblio; se non che il suo nome risuonava tuttavia nelle preghiere della madre.
Una mattina che stavan raccolti la vecchia e Pasquale con la moglie, un uomo di brutto aspetto e con un paio di neri baffi che confondeansi con la barba folta e sporca, si fe’loro dinanzi, e dimandato del nome della vecchia, le disse in secco:
«Buona vecchia, non hai tu un figliuolo per nome Gennaro, capelli rossi, occhi cerulei, e fisionomia pallida?».
«Sì, buon uomo, e che è stato di lui?».
«Se vuoi vederlo per l’ultima volta, egli sta alla Vicaria ucciso da una palla in fronte»
La vecchia mandò un urlo da satana, e cadde bocconi; Pasquale e Giannetta si guardarono bianchi come morti, e tremarono come per freddo acutissimo.
L’uomo era sparito.
Verso l’una dopo mezzanotte d’un giorno estivo, per la strada Sette Dolori non passava neanche l’aria, benché la luna schiarasse d’una placida luce quella lunga linea di case dove riposavano tante passioni, tanti desiderii… e tante peccata. La pattuglia soltanto camminava a passo lento spiando il silenzio delle pietre… Un fischio lontano, il chiudersi d’un’alta imposta, i guaiti d’un cane sono le soli voci che si ascoltano in quell’ora. Ma quella notte nella botteguzza semi-aperta di Pasquale era un parlar sommesso interrotto da qualche voce soffocata dal pianto; ed erano la vecchia, Pasquale e Giannetta che seduti sulle misere scranne, discorrevano del defunto Gennaro ed alquante lagrime davano alla memoria di quello sgraziato. Così va il mondo! Quando uno ha fatto crepare l’altro per crucci ed infamie, va poscia tessendone l’elogio funebre, e rimembrando le belle doti che aveva! Si parla bene d’un uomo quando più non si teme di dovergli fare del bene!
Poiché quelle due buone lane credettero aver così placata l’ombra della loro vittima, se ne andarono a dormire, mentre che la vecchia recitava tuttavia orazioni.
Poco stante, quei due russavano profondamente, e tutto era silenzio in quel vano come in una tomba. Un uomo intanto si accostava alla bottega, e leggermiente sulla punta de’piedi tutto guardingo e pauroso metteva la mano sulla porta semischiusa, e cacciava dentro il capo. La vecchia sbarrò gli occhi, digrignò i denti, e fu presa da tanta paura che restò impietrita, mettendo fuora dalla gola un grido soffocato.
Quell’uomo era Gennaro, ma vestito con molta decenza; portava eziandio la barba al mento e i capelli lunghi e lisci.
«Mamma, non tremare, son io, son Gennaro; l’uomo che tu vedesti alla Vicaria era un tale che mi rassomigliava; io medesimo feci correre la voce della mia morte, e mandai qui la persona che ti recò la funesta notizia. Io lasciai correre tale credenza, perché… la giustizia mi va cercando, ed io spero che dopo quella felice combinazione di rassomiglianza, potrò restare in sicurtà dove mi trovo. Non tremare, ti dico, io sono vivo, e sono ricco; tò questa moneta».
Gettò, ciò dicendo, sul seno della madre una moneta d’oro; si volse poscia al fratello ed alla cognata che dormivano, ed accennandoli alla vecchia, disse:
«Mamma, non dire a costoro come a niun’anima vivente che io sono vivo; io perdono loro come perdonerebbe un morto».
La vecchia non potea prestar fede a’suoi occhi, ed alle sue orecchie: Gennaro era vivo e ricco… L’infelice madre non avev’ancora compreso che suo figlio era ladro e omicida. Funesto esempio degl’ingiusti maltrattamenti in famiglia!
FRANCESCO MASTRIANI